Dopo aver visto decine di volte le immagini dei fatti di Milano, mi sono posto una domanda: siamo sicuri che basti condannare le devastazioni, invocare più sicurezza e chiedere pene severe per comprendere ciò che sta accadendo nella nostra società?
Sia chiaro: chi distrugge, saccheggia e aggredisce deve rispondere delle proprie azioni. Il disagio sociale non assolve dalle responsabilità individuali, così come la povertà non autorizza nessuno a calpestare i diritti degli altri. Ma una cosa è condannare la violenza, un’altra è ritenere che la sua condanna esaurisca ogni dovere di riflessione.
Tra quei giovani che vivono nelle periferie, spesso privi di solidi riferimenti familiari, senza un lavoro, con un’istruzione incompleta e poche prospettive per il futuro, c’è una parte della società che rischiamo di vedere soltanto quando esplode la rabbia. Prima, troppo spesso, preferiamo non guardarla.
Eppure, mentre alcuni ragazzi faticano a immaginare il proprio domani, la stessa città celebra i simboli di una ricchezza che appare irraggiungibile ai più. È qui che il mio pensiero è andato al Bosco Verticale, il celebre complesso progettato dall’architetto Stefano Boeri, diventato una delle immagini più rappresentative della Milano moderna.
Un’opera architettonica di grande prestigio, apprezzata per la sua innovazione e per l’idea di integrare la vegetazione negli edifici. Non intendo contestarne il valore progettuale, né sostenere che costruire abitazioni di lusso sia una colpa. Ma non posso fare a meno di pormi una domanda: quale idea di città e di progresso si nasconde dietro un modello nel quale la bellezza e il benessere possono essere goduti, in concreto, soltanto da chi possiede risorse economiche straordinarie?
La questione non riguarda soltanto Boeri, naturalmente. Riguarda una cultura, una visione della società e, soprattutto, una certa intellighenzia che ama definirsi progressista. È possibile richiamarsi all’uguaglianza e alla solidarietà e, nello stesso tempo, non interrogarsi abbastanza sulle disuguaglianze che attraversano la città?
Boeri è un uomo di sinistra. Non conosco le sue convinzioni personali in materia di politiche abitative, né pretendo che un architetto debba rinunciare a progettare edifici destinati a una clientela facoltosa. Mi domando, tuttavia, se la sensibilità progressista possa fermarsi alla sostenibilità ambientale, all’innovazione e alla bellezza, senza comprendere fino in fondo anche la dimensione sociale dell’architettura.
Un edificio può essere ecologicamente avanzato e, nello stesso tempo, economicamente inaccessibile alla maggioranza dei cittadini. Una città può essere celebrata in tutto il mondo per i suoi quartieri prestigiosi e lasciare irrisolti i problemi di chi abita nelle periferie. Non è una contraddizione architettonica: è una questione politica e civile.
Il punto, sia chiaro, non è invidiare chi ha avuto successo, né pretendere che tutti abbiano le stesse disponibilità economiche. Il punto è chiedersi quante opportunità concrete una società offra a chi nasce in condizioni svantaggiate. Perché la distanza tra chi può permettersi tutto e chi fatica a mettere insieme il pranzo con la cena non è soltanto una questione di reddito. Può diventare anche una distanza di aspettative, di appartenenza e di fiducia nelle istituzioni.
Non sostengo che esista un rapporto diretto tra il Bosco Verticale e le devastazioni viste a Milano. Sarebbe una conclusione tanto facile quanto infondata. Forse dovremmo smettere di considerare il progresso soltanto come la capacità di costruire qualcosa di sempre più alto, costoso e spettacolare. Il progresso dovrebbe essere misurato anche dalla capacità di ridurre le distanze, di offrire occasioni a chi ne ha meno e di impedire che una parte dei giovani cresca sentendosi estranea alla società in cui vive.
Il Bosco Verticale continuerà, legittimamente, a essere ammirato. Ma una città non può accontentarsi di essere bella agli occhi del mondo: deve anche essere vivibile per chi la abita. E allora la domanda finale è semplice, ma tutt’altro che retorica: a che serve proclamarsi progressisti, se il progresso che celebriamo è accessibile soltanto a chi può permetterselo?
Perché una società giusta non è quella in cui nessuno può permettersi di salire ai piani alti. È quella in cui nessuno è condannato a restare ai margini.
Antonello Sassu
già docente di scuola secondaria

