Questa mattina a Sassari, alla presenza del sindaco Giuseppe Mascia, sono state posate due pietre d’inciampo, in ricordo di due dei deportati sardi nel campo di prigionia tedesco di Flossenbürg: Dino Col (1904-1944) e Giovannico Biddau (1896-1945) entrambi ex studenti del Liceo “Azuni” di Sassari.
“Per capire e ricordare qualcuno dobbiamo passare per una pietra di inciampo – ha dichiarato attraverso i social Giuseppe Mascia – Non un numero ma una persona che ha un vissuto. Serve a costruire la memoria di ognuno di noi, pezzo per pezzo. Proprio in questi giorni compaiono sui social network alcuni video di monaci tibetani che attraversano gli Stati Uniti a piedi: quando cambia qualcosa nell’equlibrio del mondo, loro iniziano a camminare. Il loro camminare simboleggia il cambiamento di un assetto, l’apertura di un nuovo tempo storico. Lo fecero a inizio Novecento, la loro tradizione è lontana dalla nostra, hanno cultura diversa ma nella loro sensibilità hanno colto che qualcosa sta cambiando. Ecco, è un’altra modalità, altra forma e altra visione della pietra di inciampo, in un tempo in cui qualcosa sta cambiando”.
“Le pietre d’inciampo – ricorda il sindaco di Sassari – sono piccoli blocchi di pietra con una targhetta in ottone inseriti nel selciato davanti ai luoghi della vita quotidiana delle vittime del nazifascismo: si chiamano così perché fanno simbolicamente “inciampare” chi passa lì davanti: inciampare nello sguardo, nella memoria, nella storia, la nostra storia”.
La mattinata si è aperta in aula magna del Dipartimento di Agraria dell’Università di Sassari, dove insieme ad Alberto Bocchetta, Carmen Meloni, Antonello Lullia (Issasco) e Thomas Arras (ANPI) sono state ricordate le storie di Dino Col e Giovannico Biddau, sottolineando il significato e il senso del gesto civile rappresentato dalle pietre di inciampo.
Dino Col, nato a Sassari il 14 luglio del 1904, si laureò in giurisprudenza a Cagliari col massimo dei voti e vinse subito il concorso di magistrato. Fu pretore ad Iglesias e successivamente fu nominato I° Pretore a Genova-Sampierdarena. Per le sue idee e per l’adesione a gruppi antifascisti, il 27 giugno 1944 fu arrestato dai tedeschi nel Palazzo di giustizia e rinchiuso nella IV Sezione di Marassi. Nel mese di settembre dello stesso anno fu deportato a Bolzano e quindi in Germania a Flossemburg, ove mori il 31 dicembre 1944, estenuato dalle sofferenze e dalle bestiali fatiche del campo di prigionia dove i detenuti prestavano manodopera gratuita per l’industria bellica tedesca, e nella fattispecie per la produzione di componenti per i caccia Messerschmitt Bf 109.
Giovannico Biddau, nato a Ploaghe nel 1896, colonnello dell’esercito italiano a capo della Divisione “Bergamo” presente a Spalato, dopo l’8 settembre 1943 decise di unirsi ai partigiani del Maresciallo Tito insieme a duecento ufficiali. Insieme alla sua Divisione fu catturato dai tedeschi della “Prinz Eugen” e, costretto alla resa, si rifiutò di aderire alla Repubblica Sociale Italiana. Fu successivamente deportato nel campo di prigionia tedesco di Flossemburg. Nel volume di Gaetano Cantaluppi, “Flossenbürg. Ricordi di un generale deportato” (Mursia, 1995, ristampa 2008), a p. 88 troviamo scritto: «Il colonnello Biddau, deportato politico, morì il 4 aprile nel cortile maggiore del campo. Esausto per una colite intermittente che all’infermeria non gli curarono dopo averlo canagliescamente maltrattato, fu dimesso come guarito. Il male aveva invece raggiunto una tale gravità che le poche possibilità di cura offertegli dagli amici e consistenti in qualche disinfettante intestinale, non bastavano per lenirlo. Perdute le forze, perduta la volontà di vivere, s’afflosciò come un cencio, lui così forte, aitante, così pieno di volontà e di fede e morì sotto un albero in un pomeriggio gelido e ventoso componendo il bel viso nel placido sonno della morte».

