Nel 1928, durante il processo contro Antonio Gramsci, il pubblico ministero Michele Isgrò pronunciò una frase destinata a restare nella storia: bisognava «impedire a questo cervello di funzionare per almeno vent’anni». Il giudice Guido Cristini accolse quella richiesta. Quel cervello era quello di Gramsci, per la famiglia semplicemente Nino.
Non si trattò solo di una condanna. Fu il tentativo esplicito di spegnere una voce, di fermare un pensiero che il potere dell’epoca considerava pericoloso. Il regime non voleva semplicemente punire un reato: voleva neutralizzare un intellettuale capace di influenzare il dibattito politico e culturale del Paese.
Guardando oggi a quella vicenda, emerge una riflessione che riguarda il rapporto tra accusa e giudizio. Il pubblico ministero e il giudice facevano parte dello stesso sistema giudiziario e condividevano, in quel contesto storico, una logica di appartenenza e di carriera. È difficile non domandarsi se la storia sarebbe stata diversa se i ruoli fossero stati più nettamente separati e indipendenti, se chi accusa e chi giudica avessero avuto percorsi istituzionali distinti e non comunicanti.
La separazione delle carriere nasce proprio da questa esigenza: garantire che chi giudica non sia percepito come parte dello stesso corpo di chi sostiene l’accusa. Non è una questione tecnica per addetti ai lavori, ma un principio di garanzia per tutti i cittadini, soprattutto per chi si trova davanti allo Stato in una posizione di debolezza.
È anche per questo che la questione dovrebbe interrogare la sinistra. La sua storia è segnata da persecuzioni politiche, da processi usati come strumenti di repressione, da intellettuali e militanti colpiti perché pensavano in modo diverso dal potere dominante.
Se nel 1928 le carriere del pubblico ministero Michele Isgrò e del giudice Guido Cristini fossero state davvero separate e indipendenti, forse il destino giudiziario di Antonio Gramsci avrebbe potuto essere diverso. Forse no. Ma è proprio per evitare anche solo il sospetto di una giustizia allineata con l’accusa che esistono le garanzie
Per questo, oggi, qualcuno potrebbe sostenere che votare Sì non significa tradire la storia della sinistra, ma al contrario ricordarla. Anche pensando a quel cervello che si voleva far tacere. Anche pensando a Nino.
Antonello Sassu
Consigliere comunale di Sassari

