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Referendum sulla Giustizia: chi cambia le cose, chi cambia argomento

Pietro Pedoni 10 Marzo 2026 0 commenti
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Il copione sul referendum o di posizione contro il governo  è ormai ben collaudato. Si inizia dichiarando la pericolosità della riforma per la tenuta della  democrazia. Si prosegue minacciando lo spettro della concentrazione del potere. Infine  concludere affermando che “non è questa la riforma giusta”, ma esiste “ben altro”. Cosa non è dato sapere.

Insomma, non si tocca “la Costituzione più bella del mondo”. Come se si fosse disputato un campionato mondiale di dettati costituzionali, anche se queste frase colpisce l’immaginario di alcuni, affascinati da questa bizzarra classifica.

Ma veniamo più nel dettaglio, al motivo di questo editoriale. L’argomento del momento. Il referendum sulla riforma della Giustizia del 22 e 23 marzo.

I sostenitori  del “No”, tutti, infatti non discutono: parlano e rispondono come fossero i guardiani di un caveau, dove la costituzione  depositata al suo interno,  viene custodita meglio del Museo del Louvre. E poco importa se la Costituzione stessa preveda che possa essere modificata . E poco importa se è stata modificata ben 46 volte. Quisquiglie.  Giova ricordare a tal proposito,  che  i padri costituenti, che avevano una visione politica lungimirante, inserirono nella Carta procedure precise per modificarla.  Lo fecero perché sapevano che le istituzioni hanno necessità di  adattarsi ai tempi.

Durante il dibattito poi, quando vengono spiegate nel dettaglio le motivazioni per cui è necessaria una modifica, mentre qualcuno osa chiedere quali articoli siano in ballo e come verranno modificati, quali competenze cambino, quali problemi proverà a risolvere, la risposta data è che non si tratta di dettagli tecnici, ma di difendere un “principio”.

Con questa riforma, se sarà il SI a vincere,  “la separazione delle carriere” sarà realtà, ben diversa da quella delle “funzioni”. Oggi chi accusa (Pubblico Ministero), e chi giudica (il Giudice appunto), avanzano nella medesima carriera, con gli stessi concorsi, trovandosi poi nella bizzarra situazione, di dover decidere della vita di un imputato, con il rischio di vederlo con  le stesse identiche lenti.

Nessuna guerra contro la magistratura o contro le procure dunque, ma solamente offrire  la possibilità ai tanti giudici bravi e competenti rimasti al palo perché non appartenenti a nessuna “corrente amica”, di far carriera se meritevoli di tale opportunità. Grazie al sorteggio dei componenti dei due Consigli Superiori della Magistratura. Uno per ciascuno delle carriere degli “inquirenti” e “giudicanti”. Altro punto della Riforma. Con una giustizia giusta e non potenzialmente “viziata”, da lenti appannate da amicizie correntizie.

Infine, così come avviene in tutti i mestieri, il giudice che  commette errori con o senza dolo, deve essere giudicato in maniera neutra ed eventualmente sanzionato, attraverso la nascita dell’Alta Corte disciplinare. Il vecchio e sano principio, quello si, del chi sbaglia paga.

Chi si oppone alla riforma? Chi, politicizzando il  dibattito, spera di dare una spallata al governo. Chi urla, non leggendo la riforma nel dettaglio, contro la  deriva autoritaria ( buona per tutte le stagioni). Chi, per buona parte appartenente all’ANM (Associazione Nazionale Magistrati), non è stato mai giudicato nonostante gli evidenti errori ma, al contrario ha conseguito avanzamenti di carriera significativi.

E considerando che molti magistrati voteranno, pur senza dichiararlo apertamente, per il SI, si potrebbe parafrasare la famosa battuta di Don Camillo rivolta a Peppone in tempo di elezioni: “Ricorda che nel segreto della cabina elettorale, Dio ti vede, l’ANM no!”

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