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La tragedia degli italiani trucidati nelle Foibe: la memoria che chiede la sua voce

Pietro Pedoni 9 Febbraio 2026 0 commenti
foiba basovizza

Le foibe. Cavità carsiche dentro cui, furono gettati migliaia di italiani dell’Istria, della Dalmazia e della Venezia Giulia, mentre dalla Jugoslavia, avanzava il dittatore Tito tra il 1943 e il 1945, quindi al termine del secondo conflitto mondiale. Una tragedia incastonata in un periodo storico fatto di occupazioni, repressioni e vendette, da parte dei partigiani di Tito. Dei veri luoghi di esecuzione di cittadini inermi, innocenti. Una pagina della nostra storia, per troppo tempo occultata, tenuta nascosta, più per non urtare determinate sensibilità, che per scarsa conoscenza.

Da quando nel  2004 quando fu istituito il Giorno del Ricordo, la conoscenza dell’eccidio e dell’assassinio di migliaia di italiani, ha iniziato a far breccia nelle menti di tanti ignari di tali barbarie, ma anche far trovare il coraggio a chi, troppo spesso ha dovuto reprimere rabbia e indignazione. Dal troppo silenzio infatti, le ferite di chi è sopravvissuto e dei loro parenti, sono state avvolte.

Perché per molti le foibe erano semplicemente una verità scomoda, una realtà che non andava fatta conoscere.  Né all’opinione pubblica, né tantomeno tra i banchi di scuola. Quei banchi innaffiati di retorica, di numeri freddi e date presto dimenticate, ma che spesso hanno taciuto su episodi della nostra storia , utili a far capire, conoscere e infondere la capacità di discernere.

Quando parliamo delle foibe, capita di dedicarsi ad una narrazione neutra, semplice ma dura dei fatti accaduti, ma talvolta, ed è il rovescio della medaglia, con il rischio di venire strumentalizzati politicamente, creando negli interlocutori muri o contrapposizioni preconcette. Perché le tragedie che hanno colpito uomini, donne, bambini, anziani, disabili, sono state in quella fase storica,  una ferita mai rimarginata, pronta a sanguinare ad ogni rievocazione o ricordo.

Ma va fatto. Ricordare chi è stato assassinato, violentato, spogliato di ogni cosa e gettato nelle cavità carsiche profonde, è un dovere. Ogni morto infatti, merita il massimo rispetto.

Come merita rispetto chi ha abbandonato la propria casa, la propria terra, le proprie radici per paura di essere ucciso e ha dovuto ricostruire tutto da capo. Quegli esuli  istriani,  giuliano e dalmati,  i cui discendenti portalo ancora oggi sulla loro pelle , nei ricordi nelle testimonianze,  i segni di quella tragedia, di chi è stato giustiziato solo perché ha deciso semplicemente di dichiararsi italiano.

Parlare delle foibe ancora oggi, con maggiore forza e determinazione, contro ogni tentativo di ridimensionarle a semplice incidente della storia , come spesso si è tentato di fare e come ancora oggi si prova a fare, ha un significato ben preciso.

Significa insegnare alle nuove generazioni che chi ha sacrificato la propria vita perché credeva fermamente nell’essere italiano, possa ancora oggi insegnarci qualcosa. Insegnarci il rispetto per la propria terra, per le proprie radici, per quella che noi chiamiamo Patria

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