Negli ultimi mesi il tema del dimensionamento scolastico in Sardegna è diventato oggetto di polemiche, proteste e dichiarazioni allarmistiche. Si parla di scuole “tagliate”, di territori penalizzati, di comunità che rischiano di perdere un presidio fondamentale. Ma se si guarda la questione con lucidità, emerge una verità scomoda: il dimensionamento, di per sé, non è il problema centrale, a patto che non venga toccata la qualità e la capillarità dell’erogazione del servizio scolastico.
Il vero problema, quello che nessuno vuole affrontare fino in fondo, è un altro: la denatalità.
Ma cos’è davvero il dimensionamento scolastico? Spesso si parla a vanvera.
Il dimensionamento è, in sostanza, una riorganizzazione amministrativa: accorpamenti tra istituti, modifica delle dirigenze con conseguente riduzione del numero delle autonomie scolastiche. In altre parole: cambia la struttura gestionale e non necessariamente la presenza fisica della scuola, cioè il punto di erogazione del servizio scolastico. Ed è qui che spesso nasce l’equivoco voluto o meno.
Si fa credere che dimensionamento significhi automaticamente “chiusura delle scuole”, quando in molti casi si tratta di un cambiamento burocratico: meno presidi, meno segreterie autonome, più istituti comprensivi accorpati sotto un’unica direzione.
Se però le sedi restano aperte, se le classi restano dove sono, se il servizio continua a essere garantito nei paesi e nei quartieri, allora la domanda vera dovrebbe essere: dov’è l’emergenza?
Il punto cruciale: non tagliare i punti di erogazione del servizio.
La scuola non è un logo, né un codice ministeriale. La scuola è un’aula, un insegnante, un edificio sicuro, un laboratorio, una mensa funzionante.
Il punto fondamentale è questo: finché non si toccano i punti, cioè finché non si chiudono plessi e sedi scolastiche nei territori per la mancanza di studenti, il dimensionamento rimane un problema secondario, tecnico, gestibile.
Certo: può comportare difficoltà organizzative. Può creare istituti più grandi e complessi. Può generare carichi di lavoro maggiori per personale e dirigenti. Ma non è automaticamente una tragedia sociale.
La tragedia sociale arriva quando si chiude un plesso, quando un bambino deve fare trenta chilometri per andare a scuola, quando un paese perde l’ultimo presidio educativo e culturale rimasto. Ed è proprio lì che la politica dovrebbe intervenire: difendendo la rete scolastica territoriale, non facendo battaglie simboliche sulle sigle amministrative.
Il vero problema: non ci sono più bambini
C’è un dato che spiega tutto e che spesso viene volutamente messo in secondo piano: la popolazione scolastica sta crollando.
In molte zone, soprattutto nelle aree interne e in diverse regioni del Mezzogiorno, come la Sardegna, le classi si svuotano anno dopo anno. Non perché qualcuno “taglia”, ma perché non nascono più bambini. I genitori preferiscono le pluriclassi, cioè formate da bambini di diversa età, sottovalutando l’aspetto pedagogico ed educativo.
La scuola, semplicemente, riflette ciò che accade nella società. E’ inevitabile che il sistema si ridimensioni: se hai meno iscritti, avrai meno classi; se hai meno classi, avrai meno istituti; se hai meno istituti, avrai meno autonomie scolastiche. Non è ideologia, che spesso prende il sopravvento, ma oggettività, è aritmetica. Il problema della natalità è enorme, strutturale e drammatico. Eppure viene trattato come un tema da convegni, non come un’emergenza nazionale. Se un territorio perde bambini, perde tutto:
• perde futuro,
• perde servizi,
• perde economia,
• perde popolazione attiva,
• perde identità.
Il dimensionamento scolastico, in questo scenario, non è la causa: è la conseguenza.
Continuare a gridare allo scandalo sugli accorpamenti, senza dire chiaramente che la scuola si sta svuotando perché le culle sono vuote, significa mentire ai cittadini. O, nel migliore dei casi, raccontare solo metà della verità.
Una politica seria non si limita a difendere la burocrazia
La difesa della scuola non può essere ridotta alla difesa della “dirigenza autonoma” o del “numero di istituti”. Quello è un dettaglio tecnico.
La politica seria deve difendere:
• i plessi nei piccoli centri,
• i trasporti scolastici,
• la sicurezza degli edifici,
• il tempo pieno,
• la presenza di insegnanti di sostegno,
• l’offerta formativa nelle periferie e nei paesi.
E soprattutto deve fare una cosa che finora nessuno ha avuto il coraggio di fare davvero: rendere conveniente e possibile fare figli. Se non si interviene sulla natalità, la scuola continuerà a ridursi. Anche se domani si bloccasse ogni dimensionamento, il problema tornerebbe identico tra due o tre anni. Perché se i bambini diminuiscono, la scuola deve adattarsi. E allora la domanda è: vogliamo continuare a inseguire le conseguenze o vogliamo affrontare la causa? Perché la causa non è un decreto ministeriale. La causa è una società dove:
• il lavoro è precario,
• gli stipendi sono bassi,
• le case costano troppo,
• i servizi per l’infanzia sono insufficienti,
• diventare genitori è una corsa a ostacoli.
In questo contesto, la denatalità non è una scelta egoista delle nuove generazioni: è spesso una resa forzata.
La scuola come termometro della crisi demografica.
La scuola è lo specchio più chiaro della crisi demografica. È un termometro spietato: se le iscrizioni calano, significa che la comunità sta morendo lentamente. E quando una scuola chiude davvero, non chiude solo un edificio: si spegne un pezzo di paese. La chiusura di una classe è spesso il primo segnale di uno spopolamento irreversibile.
Ecco perché serve una visione più ampia: parlare di dimensionamento senza parlare di natalità significa discutere del colore delle tende mentre la casa brucia. Il dimensionamento scolastico può essere discusso, corretto, migliorato. Può essere reso più equo e rispettoso dei territori. Ma non può diventare il capro espiatorio di un problema molto più grande.
Se i punti di erogazione del servizio restano, se i plessi rimangono aperti, se gli studenti continuano ad avere una scuola vicina e funzionante, allora il dimensionamento è un tema tecnico.
Il vero tema politico è un altro: senza bambini non esiste scuola, non esiste comunità, non esiste futuro. E finché non si affronterà seriamente la questione della natalità, ogni polemica sul dimensionamento resterà solo rumore.
Prof. Antonello Sassu
Docente scuola secondaria

