Ho letto con attenzione gli articoli pubblicati dalla stampa locale in ordine al rischio idraulico del Fosso della Noce e alle dichiarazioni del sindaco di Sassari Giuseppe Mascia. Formulo la seguente riflessione come concittadino e come persona che ha seguito questa vicenda dall’interno, avendo avuto la delega del Settore Infrastrutture durante l’amministrazione precedente del Sindaco Campus. Lo faccio senza polemica, ma con la consapevolezza che su certi temi il silenzio non è una virtù civica.
Il sindaco Mascia ha dichiarato: “La mitigazione è uno degli obiettivi, attorno e insieme al quale costruiamo un progetto diverso che tenga conto del sistema ambientale, delle sue potenzialità, delle sue funzioni culturali e sociali. La mitigazione del rischio idrogeologico deve essere lo strumento attraverso il quale si creano le precondizioni per dare un’opportunità di sviluppo a una determinata area”. (leggi la notizia).
E’ una dichiarazione formulata bene. Di buoni propositi. Il sindaco Mascia è persona intelligente e su questo versante non può che esprimersi apprezzamento per la sua sensibilità culturale. Tuttavia, le dichiarazioni, stante l’alto spessore del tema, devono essere soggette a risonanza e, ascoltando con attenzione quale sia il reale oggetto della discussione, la dichiarazione non si rivela centrata. Esprime un desiderio – legittimo – ma non risponde alla domanda urgente che i tecnici, le norme e le leggi della fisica hanno già posto da tempo sul tavolo.
Compito di un’amministrazione non è solo rispondere ai desideri estetici dei cittadini o alimentare visioni di parchi urbani da cartolina. È anche – e soprattutto – proteggere la vita e la sicurezza delle persone. Anche quando il pericolo non si vede. Anche quando il rischio è nascosto sotto una coltre di verde e di apparente normalità.
Sotto l’apparente quiete del Fosso della Noce si cela una delle criticità idrauliche più importanti che Sassari debba affrontare.
Comprensibile che una parte della cittadinanza non voglia vedere: non tutti abitano vicino alla valle, il rischio non si vede, e peraltro nel periodo estivo quando il sole scalda i viali e l’aria è secca, è difficile immaginare che quella depressione verde possa diventare una minaccia.
Ma è esattamente in questa distanza percettiva che risiede la trappola più insidiosa del rischio idrogeologico: si manifesta raramente, all’improvviso, in modo devastante. E ogni volta che accade, ci si sorprende – pur avendo avuto tutte le informazioni, tutte le analisi, tutti gli allarmi.
Meno comprensibile, però, diventa questa distanza in chi svolge funzioni istituzionali di responsabilità.
Il Piano di Assetto Idrogeologico (PAI) della Regione Sardegna classifica quest’area con il massimo grado di pericolosità idraulica: livello Hi 4, quello più elevato previsto dalla normativa. Non si tratta di una valutazione prudenziale o burocratica. Si tratta di un allarme tecnico-scientifico che dice una cosa precisa e inequivocabile: in caso di piogge intense, quest’area può allagarsi in modo rapido e violento, con innalzamenti idrici stimati teoricamente sino alle quote dei piani viari — oltre dieci metri di pressione idrica sui due terrapieni di Viale Trento e Viale Trieste.
Quel livello di rischio – Hi 4, il massimo – non è cambiato. Non è stato ridimensionato. Non è stato cancellato da alcuna variante al PAI. Salvo che qualche ingegnere della Regione o del Comune di Sassari, (o della Citta Metropolitana) si sia assunto la responsabilità civile e penale di de-classificare formalmente il rischio – e al momento non risulta alcuna smentita in tal senso – siamo esattamente al punto di partenza.
Per capire il problema occorre fare un passo indietro. Il Fosso della Noce era in origine un corso d’acqua naturale, affluente del Rio San Giovanni. Nel corso del Novecento, l’espansione urbana ha progressivamente ostruito questo reticolo idrologico. I due terrapieni stradali di Viale Trento e Viale Trieste – costruiti senza adeguati manufatti di attraversamento – hanno di fatto sbarrato il deflusso naturale delle acque.
Il risultato è che oggi, quando piove con intensità, l’acqua non trova via d’uscita. Manca, in termini tecnici, la “continuità idraulica”: le acque piovane che scendono dai versanti cittadini si accumulano nell’area più bassa della valle, senza poter defluire verso il canale esistente sotto Viale San Francesco e da lì verso la Valle dell’Eba Giara. È come un lavandino con il tappo inserito: prima o poi trabocca. E quando trabocca in un’area urbana densamente abitata, le conseguenze possono essere drammatiche.
La risposta tecnica a questa emergenza era pronta. L’amministrazione del sindaco Campus aveva operato con rigore istituzionale nel superiore interesse di Sassari. Non si era limitata a registrare il problema: lo aveva misurato, studiato e affrontato con gli strumenti che la legge e la tecnica mettono a disposizione.
Era stato commissionato il progetto a un gruppo di professionisti esperti di idraulica e proprio le analisi idrauliche erano state condotte con importanti dispositivi tecnologici. I risultati avevano confermato che le scelte progettuali erano tecnicamente corrette e tali scelte garantivano il deflusso delle portate di piena per eventi con tempi di ritorno fino a 200 anni sulla scorta del parametro imposto dalla normativa PAI.
Il finanziamento era stato ottenuto con tenacia – la stessa tenacia che ha connotato l’intero operato degli amministratori della Giunta del sindaco Campus – fino all’appalto integrato. Tutto era in ordine, tutto pronto. Quella eredità amministrativa non era una forma di narcisismo, ma il frutto sommesso di un lavoro tecnico certificato, coerente con le norme del PAI e con le direttive dell’Autorità di Bacino della Regione Sardegna.
Una parte del dibattito pubblico cittadino ha costruito un’immagine distorta dell’intervento, evocando un ‘orribile colata di cemento che distrugge la natura. Si tratta di cattiva informazione, e non è privo di conseguenze: ha indotto a credere che una cosa falsa sia vera, orientando parte dell’opinione pubblica su basi errate.
Se la Giunta Mascia avesse la pazienza di esaminare gli atti progettuali scoprirebbe che il canale, per oltre il 42% del tracciato – 372 metri – si sviluppa in terra, con sponde rivestite di massi ciclopici rinverditi con essenze autoctone: di fatto un piccolo fiume rinaturalizzato. Solo nei tratti già artificializzati – parcheggi, aree cementate – il canale assume una sezione in calcestruzzo larga 4 metri. L’attraversamento dei due terrapieni avviene con uno scavo sotterraneo che non apre le strade, non interrompe il traffico, non abbatte nulla in superficie.
Il canale occuperà al massimo il 10-15% della superficie della valle. Gli alberi da rimuovere sono alcune decine, non centinaia. Il microclima del fondovalle non subirà variazioni significative. Il polmone verde resterà tale. E la pista di servizio parallela al canale era concepita già nel progetto originario come futura pista ciclopedonale: un percorso verde integrato, non alternativo alla sicurezza.
Il progetto aveva analizzato sistematicamente quattro possibili soluzioni, con criteri tecnici e non politici.
La prima – non fare nulla – comporta il permanere del rischio massimo, con la prospettiva che il cambiamento climatico rende le piogge intense sempre più frequenti.
La seconda – incrementare la rete di drenaggio superficiale – non risolve il problema strutturale: senza una linea di deflusso nel fondovalle, l’acqua continua ad accumularsi e i terrapieni restano ostruzioni insuperabili.
La terza – un canale completamente interrato – ha costi quasi tripli, richiede scavi enormi e non risponde ai requisiti idraulici per eventi con tempo di ritorno di 50 e 200 anni.
La quarta – il canale prevalentemente a cielo aperto – è la soluzione scelta dalla Giunta Campus: la più vantaggiosa sul piano idraulico, ambientale ed economico. Certo, poteva anche essere rivista o corretta in alcune sue parti ma nel rispetto del fine prefissato della sicurezza.
Un parco urbano è un obiettivo nobile e condivisibile. Ma un parco non drena una portata di piena con tempo di ritorno di 200 anni. Un parco non sostituisce un manufatto idraulico. Le due cose non si escludono – il progetto lo prevedeva esplicitamente – ma non possono essere confuse.
Non esiste un’alternativa tecnica certificata che consenta di mettere in sicurezza il Fosso della Noce senza realizzare, in qualche forma, una linea di deflusso nel fondovalle. Questo lo dicono le leggi della fisica e della fluidodinamica. L’acqua cerca sempre la via più bassa. Se quella via non esiste, l’acqua la crea da sola – spesso dove non vorremmo.
Da quando si è insediata, la Giunta Mascia ha espresso con chiarezza, ma apoditticamente, la propria opposizione al progetto. Lo ha definito “una sciagura”, “la pietra tombale” su qualsiasi prospettiva di rigenerazione della vallata. Ha annunciato un grande parco urbano lineare, una “città dei parchi”, un progetto da decine di milioni di euro di risorse aggregate da fonti diverse.
Queste aspirazioni avrebbero però richiesto una condizione indispensabile: un progetto alternativo tecnicamente validato, in grado di garantire la stessa efficacia idraulica con i requisiti imposti dal PAI. Quel progetto, a quasi tre anni dall’insediamento, non esiste ancora. C’è una visione. Non c’è ancora un’opera. Si continua con meri annunci. Non c’è ancora un cronoprogramma con garanzie tecniche certificate.
Nell’immobilismo dobbiamo augurarci fermamente che non accada quello che è successo da altre parti. A Olbia nel 2013, ove il ciclone Cleopatra si abbatté sulla Sardegna con una furia inaudita. In poche ore caddero oltre 450 millimetri di pioggia. Olbia fu il centro della tragedia: le strade si trasformarono in fiumi impetuosi, i canali esondarono, le case furono invase da acqua e fango. Morirono diverse persone, tra cui bambini. In tutta la Sardegna le vittime salvo errore furono diciassette. Danni per miliardi di euro.
Non era un evento imprevedibile nella sua natura: la Sardegna è terra di rischio idrogeologico antico e documentato. E non solo la Sardegna. Si pensi a Niscemi.
Ciò che manca non è la conoscenza del pericolo, ma la realizzazione delle opere di mitigazione. E il prezzo di quella mancanza fu pagato, come sempre, dai cittadini più vulnerabili.
La vicenda giudiziaria che ne seguì è altrettanto istruttiva. Per il crollo di un ponte su una strada provinciale – che causò vittime – il Tribunale di Tempio Pausania ha emesso condanne per omicidio colposo a carico di funzionari pubblici responsabili della manutenzione viaria. La negligenza nell’affrontare rischi noti ha conseguenze che vanno ben oltre il giudizio della storia: comporta responsabilità civili e penali precise, personali, intrasferibili.
E come Olbia, analogamente, mutatis mutandis, tante città della Sardegna e del continente. E il Fosso della Noce è classificato con il massimo grado di rischio idraulico previsto dalla normativa regionale. Il parallelo non è retorica, è responsabilità istituzionale.
Anche la storia nazionale offre specchi ammonitori. Nel novembre 1994 il Piemonte fu devastato da un’alluvione che uccise decine di persone tra Alessandria, Asti e Cuneo. Anni prima, tecnici e geologi avevano segnalato quelle criticità. Le segnalazioni erano state archiviate, rinviate, subordinate ad altre priorità. Poi venne la pioggia, e con la pioggia le domande brutali: sapevate? Avevate le risorse? Avevate il progetto? Perché non avete agito?
A quasi tre anni dall’insediamento, la domanda è semplice e legittima: qual è il progetto alternativo, con quali specifiche tecniche idrauliche, con quale cronoprogramma, con quali garanzie di efficacia certificata secondo le norme PAI? Fino a quando questa risposta non arriverà, la sicurezza dei sassaresi resterà affidata alla speranza che le stagioni siano clementi.
Il finanziamento c’è. Il progetto tecnico c’è. La classificazione di rischio massimo c’è, e non risulta mutata. Ciò che manca è la decisione. E ogni giorno che passa senza quella decisione – o senza una reale alternativa tecnica certificata – è un giorno in cui la responsabilità degli amministratori si fa più pesante e più difficile da alleggerire.
Ben vengano i ragionamenti sui buoni propositi, su costruzioni ideali, insieme alle iniziative volte alla animazione, feste e alla buona musica in piazza, però un suggerimento: la sicurezza deve avere priorità assoluta, il dovere istituzionale non attende i tempi di una visione ancora incompiuta.
Auspichiamo insomma a Sassari di non dover scoprire sotto la pioggia quanto fosse importante questa scelta.
Avv. Gianfranco Meazza
Presidente Associazione Identità e Costituzione Ets

