Ogni volta che si affronta il tema della fuga dei giovani dall’Italia, il dibattito pubblico si concentra spesso su bonus, incentivi temporanei o misure economiche di breve respiro. Ma il problema è molto più profondo e non può essere risolto con qualche centinaio di euro in più in busta paga o con agevolazioni episodiche, come i 200 euro proposti dalla segretaria del Pd, o ancora peggio con redditi di cittadinanza.
I giovani non si mantengono in un Paese con le mancette. Restano se hanno fiducia nel futuro. Restano se vedono prospettive di crescita professionale, possibilità di costruire una famiglia, opportunità di valorizzare il proprio talento e le proprie competenze. Restano se credono che chi governa abbia una visione dello sviluppo e sia capace di programmare il futuro.
Viviamo in un mondo globale nel quale il sapere rappresenta il principale valore aggiunto. Le economie più avanzate investono nella formazione, nella ricerca, nell’innovazione e nell’alta tecnologia, sapendo che la ricchezza di una nazione dipende sempre più dalla qualità del suo capitale umano. L’Italia continua ad avere università capaci di formare professionisti, ricercatori, ingegneri, medici e tecnici di alto livello. Tuttavia, troppo spesso, una volta terminati gli studi, questi giovani trovano davanti a sé un mercato del lavoro che non riconosce adeguatamente il merito e non offre prospettive comparabili a quelle di altri Paesi europei e non solo.
Così accade che le competenze costruite con investimenti pubblici e sacrifici personali vengano messe a disposizione di economie straniere. Germania, Stati Uniti, Regno Unito, Paesi del Nord Europa e molte realtà emergenti offrono percorsi di carriera più chiari, stipendi più elevati e maggiori opportunità di crescita professionale. Non si tratta soltanto di una questione economica: è anche una questione di riconoscimento sociale e di fiducia nelle istituzioni.
Nel frattempo, l’Italia sembra spesso bloccata nella cultura del “no”. No alle infrastrutture, no agli investimenti, no all’innovazione energetica, no alla semplificazione burocratica. Ogni progetto viene rallentato da ostacoli, veti e conflitti politici che finiscono per scoraggiare chi vorrebbe investire e creare nuove opportunità. In un sistema che fatica a decidere e a realizzare, i giovani più preparati non aspettano: semplicemente se ne vanno.
La conseguenza è sotto gli occhi di tutti. Mentre la natalità crolla e la popolazione invecchia, il Paese perde ogni anno una parte significativa delle sue energie migliori. Non è soltanto una perdita demografica; è una perdita di competenze, innovazione e competitività. È una forma di impoverimento che rischia di compromettere il futuro stesso della nazione.
Se davvero vogliamo invertire questa tendenza, occorre cambiare prospettiva. Servono politiche industriali, investimenti nella ricerca, infrastrutture moderne, una pubblica amministrazione efficiente e un mercato del lavoro che premi il merito. Serve una strategia di lungo periodo che restituisca ai giovani la convinzione che costruire il proprio futuro in Italia non sia una rinuncia, ma una scelta possibile e conveniente.
Antonello Sassu
Docente scuola secondaria di II grado

