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Scuola, superare le etichette: perché la riforma che trasforma tecnici e professionali in licei è un passo avanti

Antonello Sassu 1 Maggio 2026 0 commenti
Scuola

Per troppo tempo il sistema scolastico italiano ha riflesso – e in parte alimentato – una divisione sociale rigida e, ormai, anacronistica. Da una parte i licei, percepiti come la via “nobile” del sapere, destinati ai figli della borghesia e a chi ambiva a un percorso universitario; dall’altra gli istituti tecnici e professionali, spesso considerati una scelta di ripiego, associati a studenti ritenuti – a torto – meno capaci.
La proposta di riforma che prevede di ricondurre anche tecnici e professionali sotto la denominazione di “liceo” rappresenta, in questo senso, un cambiamento non solo formale, ma profondamente culturale.

Anzitutto, si tratta di un gesto simbolico potente. Le parole contano: definire un percorso “liceale” significa riconoscerne dignità, rigore e valore formativo. Non è una semplice operazione cosmetica, ma un modo per scardinare un pregiudizio radicato che ha contribuito a creare gerarchie implicite tra studenti e indirizzi di studio.

In secondo luogo, la riforma può favorire una visione più moderna dell’istruzione. Oggi il mondo del lavoro richiede competenze ibride: capacità teoriche e abilità pratiche, pensiero critico e saper fare. La distinzione netta tra chi “studia” e chi “impara un mestiere” appare sempre più artificiale. Elevare il profilo culturale degli istituti tecnici e professionali – anche attraverso una nuova denominazione – significa riconoscere che la conoscenza non è un monopolio dei licei tradizionali.

C’è poi un aspetto sociale cruciale. Il vecchio modello ha spesso contribuito a cristallizzare le disuguaglianze: le scelte scolastiche, anziché essere guidate da talenti e inclinazioni, finivano per rispecchiare l’origine familiare. Superare questa logica vuol dire restituire centralità alla persona, alle sue capacità e alle sue aspirazioni, indipendentemente dal contesto di partenza.

Naturalmente, il cambiamento del nome da solo non basta. Perché la riforma sia efficace, dovrà essere accompagnata da investimenti concreti: qualità dell’insegnamento, aggiornamento dei programmi, laboratori adeguati, connessioni solide con il mondo produttivo. Senza questi elementi, il rischio è che la trasformazione resti superficiale.

Tuttavia, liquidare la proposta come un semplice maquillage sarebbe un errore. Le grandi trasformazioni iniziano anche da un mutamento di linguaggio e di mentalità. Dare pari dignità a tutti i percorsi significa affermare un principio fondamentale: non esistono scuole di serie A e di serie B, ma diversi modi, tutti legittimi e necessari, di costruire il proprio futuro.

In un Paese che ha bisogno di competenze diffuse, di mobilità sociale e di fiducia nei giovani, questa riforma può essere letta come un passo nella direzione giusta. Non cancella le differenze tra i percorsi, ma le libera da un giudizio di valore. E questo, più di ogni altra cosa, è ciò che serve alla scuola italiana per diventare davvero inclusiva e moderna.

Antonello Sassu
Docente scuola secondaria di II grado

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