Per troppo tempo la scuola è stata terreno di conquista. Prima alcune correnti pedagogiche, poi la politica, hanno finito per piegare l’educazione a visioni parziali, quando non apertamente ideologiche. Il risultato è stato un progressivo slittamento: da luogo di formazione a spazio di conflitto, da comunità educante a campo di tensioni. In questo contesto, a perdere dignità sono stati soprattutto coloro che la scuola la tengono in piedi ogni giorno: insegnanti e personale ATA.
Ridare dignità alla scuola oggi non è uno slogan, ma una necessità urgente. Significa restituire autorevolezza a chi insegna, rispetto a chi lavora dietro le quinte, e senso a un’istituzione che dovrebbe essere il cuore della crescita civile di un Paese.
Negli ultimi decenni, gli insegnanti sono stati caricati di responsabilità sempre più ampie: educatori, mediatori sociali, psicologi, supplenti di famiglie in difficoltà. A fronte di ciò, però, non è cresciuto né il riconoscimento sociale né la tutela della loro funzione. Anzi, si è spesso assistito a una delegittimazione sottile ma costante, alimentata da riforme contraddittorie e da un clima culturale che ha messo in discussione l’autorità stessa del docente.
Il personale ATA, ancora più invisibile, rappresenta la struttura portante dell’organizzazione scolastica. Senza di loro, la scuola si fermerebbe. Eppure il loro ruolo continua a essere marginalizzato nel dibattito pubblico, come se il funzionamento quotidiano degli istituti fosse un dettaglio e non una condizione essenziale dell’educazione.
A tutto questo si aggiunge un elemento che non può più essere ignorato: il crescente clima di tensione e, in alcuni casi, di vera e propria violenza che attraversa il mondo della scuola. I fatti di queste ore — aggressioni a docenti, episodi di intimidazione, mancanza di rispetto verso il personale — non sono casi isolati, ma il segnale di un deterioramento più profondo.
Quando la scuola perde autorevolezza, qualcuno riempie quel vuoto. E troppo spesso lo fanno la prevaricazione, l’arroganza, l’idea che tutto sia negoziabile, persino il rispetto dovuto a chi educa. Non è solo un problema disciplinare: è una crisi culturale.
La politicizzazione dell’educazione ha contribuito, negli anni, a questo indebolimento. Quando la scuola viene percepita come uno spazio di propaganda o di scontro ideologico, perde credibilità agli occhi degli studenti e delle famiglie. E quando perde credibilità, perde anche la capacità di farsi rispettare.
Ridare dignità alla scuola significa allora invertire questa rotta. Vuol dire riportare al centro il sapere, il merito, la responsabilità. Vuol dire chiarire che la scuola non è un’arena politica, ma un luogo di formazione libera e plurale. Vuol dire anche ristabilire un principio semplice ma fondamentale: chi lavora nella scuola deve essere tutelato.
Servono interventi concreti: maggiore protezione per il personale, strumenti chiari per affrontare situazioni di violenza, ma anche un rinnovato patto educativo con le famiglie. Perché il rispetto non si impone solo con le regole: si costruisce insieme.
Non si tratta di nostalgia per un passato idealizzato, ma di responsabilità verso il futuro. Una scuola delegittimata genera cittadini più fragili, più esposti, meno consapevoli. Al contrario, una scuola autorevole e rispettata è il primo argine contro il degrado sociale.
Antonello Sassu
Docente e Consigliere comunale di Sassari

