La questione energetica è diventata uno dei temi strategici più importanti del XXI secolo. Le crisi geopolitiche degli ultimi anni hanno dimostrato quanto sia fragile un sistema energetico fondato quasi interamente sulle importazioni.
Per un Paese industriale come l’Italia, dipendere da gas e petrolio provenienti da regioni politicamente instabili significa esporsi a shock economici, aumento dei prezzi e vulnerabilità strategica. In questo scenario, il ritorno al nucleare non rappresenta un salto nel buio, ma una scelta razionale, sostenuta da dati scientifici e da esperienze internazionali.
Oggi nel mondo sono in funzione circa 440 reattori nucleari in 32 Paesi, che producono circa il 10% dell’elettricità globale. Questa produzione consente ogni anno di evitare l’emissione di oltre 2 miliardi di tonnellate di CO₂, contribuendo in modo significativo alla lotta contro il cambiamento climatico. Inoltre, negli ultimi cinquant’anni l’energia nucleare ha impedito l’emissione cumulativa di oltre 70 miliardi di tonnellate di CO₂ a livello globale.
Uno degli aspetti più rilevanti del nucleare è infatti la sua bassissima impronta climatica. Considerando l’intero ciclo di vita – dalla costruzione della centrale allo smantellamento – la produzione di elettricità nucleare genera in media circa 12 grammi di CO₂ per kilowattora, un valore comparabile a quello dell’eolico e inferiore a molte tecnologie solari. Per fare un confronto, una centrale a carbone può superare 800–1000 grammi di CO₂ per kilowattora.
Questo significa che il nucleare è una delle fonti energetiche più efficaci per ridurre rapidamente le emissioni del settore elettrico, che da solo rappresenta oltre il 40% delle emissioni legate alla produzione di energia nel mondo.
Accanto al tema climatico c’è poi quello della sicurezza energetica. Le centrali nucleari producono grandi quantità di elettricità in modo continuo, indipendentemente dal clima o dall’ora del giorno. Mentre le fonti rinnovabili come solare ed eolico sono fondamentali per la transizione energetica, la loro produzione è per natura intermittente. Per questo motivo molti Paesi stanno scegliendo un sistema energetico basato su un mix di rinnovabili e nucleare, capace di garantire sia sostenibilità ambientale sia stabilità della rete elettrica.
Un esempio concreto è la Francia, che produce circa il 70% della propria elettricità dal nucleare. Questo modello ha consentito al Paese di avere uno dei sistemi elettrici con le emissioni di carbonio più basse in Europa e allo stesso tempo di esportare energia ai Paesi vicini, Italia compresa.
Anche la tecnologia nucleare è profondamente cambiata rispetto al passato. I reattori di nuova generazione integrano sistemi di sicurezza passivi progettati per funzionare anche senza intervento umano o alimentazione elettrica. Inoltre, stanno emergendo i reattori modulari di piccola taglia (SMR), che possono essere costruiti in fabbrica, ridurre i costi di costruzione fino al 50% e offrire standard di sicurezza ancora più elevati.
Per l’Italia, tornare a investire nel nucleare significherebbe non solo rafforzare la propria indipendenza energetica, ma anche rilanciare una filiera industriale ad alto contenuto tecnologico. La costruzione e la gestione delle centrali richiedono competenze ingegneristiche avanzate, ricerca scientifica, innovazione e migliaia di posti di lavoro qualificati.
La vera sfida energetica dei prossimi decenni non è scegliere tra nucleare e rinnovabili, ma costruire un sistema equilibrato che integri entrambe le soluzioni. Le rinnovabili possono ridurre le emissioni e sfruttare risorse naturali diffuse; il nucleare può garantire continuità, stabilità e indipendenza strategica.
In un mondo sempre più incerto e competitivo, l’energia non è soltanto una questione tecnologica: è una questione di sovranità.
Se l’Italia vuole assicurare prosperità economica, sicurezza energetica e rispetto degli obiettivi climatici, il ritorno al nucleare non è soltanto un’opzione possibile. È una scelta strategica per il futuro.
Antonello Sassu
Consigliere comunale di Sassari

