Il dibattito sulla riforma della legge elettorale torna periodicamente al centro della politica italiana. L’ipotesi di un sistema proporzionale sostenuta dalla maggioranza guidata da Giorgia Meloni riapre una questione fondamentale: se si sceglie il proporzionale, è necessario restituire agli elettori anche lo strumento delle preferenze. Il punto non è soltanto tecnico. Riguarda il rapporto tra cittadini e istituzioni.
Negli ultimi anni, molte leggi elettorali italiane hanno limitato o eliminato la possibilità per gli elettori di scegliere direttamente i candidati. Con sistemi basati su liste bloccate, i parlamentari vengono di fatto selezionati dalle segreterie dei partiti.
L’elettore vota il simbolo, ma non decide chi entrerà in Parlamento. Questo meccanismo indebolisce il legame tra eletto ed elettore e rafforza invece il potere delle leadership di partito.
In un sistema proporzionale puro, seppure con la soglia di sbarramento, questo problema rischia di diventare ancora più evidente: se il voto determina soltanto la distribuzione dei seggi tra i partiti, senza incidere sulla scelta delle persone, il Parlamento può apparire sempre più come un’assemblea di nominati.
Le preferenze restituiscono invece al cittadino una parte decisiva del potere di scelta. Attraverso di esse, l’elettore non si limita a indicare il partito che preferisce, ma contribuisce anche a decidere quali candidati, all’interno di quella lista, debbano essere eletti.
Questo produce almeno tre effetti positivi:
1. Responsabilità degli eletti – Il parlamentare sa di essere stato scelto direttamente dagli elettori e non soltanto dal partito.
2. Maggiore partecipazione – Gli elettori percepiscono che il loro voto incide realmente sulla composizione del Parlamento.
3. Radicamento territoriale – I candidati sono incentivati a mantenere un rapporto con il territorio e con le comunità locali.
Non è un caso che il proporzionale della cosiddetta Prima Repubblica prevedesse proprio il voto di preferenza. In quel sistema, pur con tutti i suoi limiti, gli elettori avevano la possibilità di incidere direttamente sulla scelta dei rappresentanti.
Eliminare le preferenze in un sistema proporzionale significherebbe quindi rinunciare a uno dei pochi strumenti che consentono ai cittadini di intervenire nella selezione della classe politica.
Una legge proporzionale senza preferenze rischierebbe di accentuare la distanza tra elettori e istituzioni. In un momento storico in cui la partecipazione elettorale è già in calo, rafforzare il ruolo degli elettori nella scelta dei candidati diventa invece una necessità democratica.
Per questo motivo, se l’Italia dovesse davvero tornare a un sistema proporzionale, appare difficile immaginarlo senza il voto di preferenza.
Non si tratterebbe soltanto di un dettaglio tecnico della legge elettorale, ma di una scelta che riguarda la qualità stessa della rappresentanza e il rapporto di fiducia tra cittadini e Parlamento.
In altre parole, il proporzionale può garantire una rappresentanza più fedele dei rapporti di forza politici. Ma solo con le preferenze può restituire agli elettori il diritto di scegliere davvero da chi essere rappresentati.
Antonello Sassu
Consigliere comunale di Sassari

