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La vita è un bene indisponibile

Vincenzo Mangione 29 Maggio 2025 0 commenti
Suicidio assistito

E dopo la Regione Toscana che ha stabilito di garantire ai malati tempi e modalità per l’accesso al suicidio medicalmente assistito, ecco che si sono unite anche altre regioni in questo folle e disumano percorso. Si sa… da Lucignolo in poi, i cattivi esempi hanno ampio seguito.

L’argomento è decisamente divisivo – come si usa dire – ma è innegabile che la vita non l’abbiamo acquistata, né l’abbiamo ereditata. Nessuno può esibire un titolo d’acquisto. Nessuno è padrone della vita. Non abbiamo deciso noi quando venire al mondo, non spetta a noi decidere quando andare via. Sul tema “fine vita” ho avuto sempre questa idea. La mia opinione è dettata semplicemente dalla mia sensibilità e non è suggestionata dalla mia fede. Ma io non sono competente in materia e allora ho deciso di dar voce a qualcuno che ha una competenza più settoriale sia dal punto di vista tecnico che intellettuale.

Vorrei iniziare prendendo spunto dal libro «Lettere sul dolore» del filosofo francese Emmanuel Mounier. Alla figlia Françoise di 2 anni, alla fine degli anni ’30, venne diagnosticata una gravissima malformazione cerebrale. Stiamo parlando quindi dell’inizio del XX secolo e la scienza medica era ancora arretrata dal punto di vista neurologico rispetto ad oggi. Le condizioni della bimba erano disperate e il libro contiene la fitta corrispondenza epistolare tra il filosofo e la moglie Pauline ed alcuni amici dove viene descritto il progressivo aggravarsi della figlia, l’incapacità di muoversi e parlare. È la testimonianza struggente di un padre davanti al dolore che colpisce ciò che gli è più caro: la figlia. Sangue del suo sangue. Mounier non reagisce chiedendo di “staccare la spina” come per un semplicissimo elettrodomestico ma faticosamente cerca trovare dentro quel dolore il modo di reagire alla disperazione accettando il mistero della vita.

Chi può dire che quella non fosse una condizione di vita?

Poi cito anche un esempio in carne e ossa: si chiama Sara Virgilio, una donna che amava la vita finché, nella sua Salerno, un pirata della strada la falciò sulle strisce pedonali in pieno centro abitato!
Era il 1994 quando Sara divenne una delle tante, troppe, vittime della strada. Ebbe una serie di fratture ed entrò in coma. Trasportata in eliambulanza al Policlinico Gemelli di Roma, Sara rimase in coma per oltre un mese.
«Si tratta di una condizione non facile da descrivere – spiega Sara – perché chi la vive sa di essere in coma, vorrebbe comunicare con l’esterno ma non può».
I medici non le avevano dato grandi speranze di sopravvivere. Ma Sara invece è viva!

«Avvertivo – continua – la presenza di mia madre, che entrava nella stanza e che mi parlava». Sara avrebbe voluto risponderle, ma si sentiva prigioniera del suo corpo. Una condizione che, tuttavia, anziché fiaccare la sua voglia di vivere, le diede una forza mai immaginata prima.
«Chi può dire – si chiede – che quella non fosse una condizione di vita? Era vita anche quella, la mia volontà era che non mi staccassero le macchine». Una forza rimasta salda anche dopo il risveglio. All’inizio era bloccata sul letto, poi fu messa su una sedia a rotelle e lentamente riacquisì l’uso della parola.
«I dolori erano spesso lancinanti – ricorda – non sono mancati i momenti di sconforto, ma fu importante il sostegno dei miei genitori e mai ho pensato di voler morire».

Riflette oggi «un conto è porsi come disporre della propria esistenza quando si è sani, un conto è chiederselo da infermi». Sara spiega che quando la condizione è estrema, anche se l’esperienza è vissuta in maniera diversa da persona a persona, l’istinto è quello di aggrapparsi alla vita con tutte le proprie forze.
Secondo Sara non è possibile prevedere come si reagirebbe in determinate condizioni, per questo le “Disposizioni anticipate di trattamento” (DAT) rappresentano un pericolo, perché non danno spazio al ripensamento.
Quella di Sara Virgilio è una testimonianza forte che lascia il segno, è un manifesto contro la “cultura della morte” che qualcuno vorrebbe far passare come un diritto.

Sara racconta «volevo uscire da quello stato e far capire agli altri che c’ero, che ero senziente, che avevo una dignità e che stavo lottando per svegliarmi». «Oggi si pensa che la vita è tale solo quando si può viaggiare e correre – afferma – ma non è affatto così. La persona ha dignità anche quando è costretta su un letto d’ospedale».

Si sta diffondendo un’idea utilitaristica della vita umana: nel momento in cui non siamo più in grado di produrre, non siamo efficienti, allora diventiamo solo un costo e veniamo tolti di mezzo. È così che nasce la “cultura della morte camuffata da diritto”, che si traduce nella fretta ad approvare la legge sulle DAT.
Secondo Sara, il malato chiede di morire quando si sente lasciato solo. Pertanto è fondamentale la vicinanza e la cura degli altri, strutture ospedaliere in grado di accogliere e sostenere anche i casi più disperati. Ecco allora – osserva – «che più che aiutare le persone a morire, sarebbe opportuno che la politica investisse per seguire i pazienti in strutture adeguate e non farli sentire abbandonati». Oggi Sara ha una laurea in Biologia, lavora ed è felice. Anche se non mancano gli strascichi di quell’incidente avvenuto nel 1994.

E ripeto, qui non c’entrano solo i precetti religiosi.

Riporto l’opinione di una delle menti più raffinate del XX secolo, Oriana Fallaci, strenuamente e ostinatamente laica. La grande scrittrice fiorentina ci dimostra che non serve essere cattolici integralisti, per rifiutare l’eutanasia.
Riguardo il testamento biologico, disse: «è una grande buffonata: nessuno può predire come si comporterà davanti alla morte […] E se nel testamento biologico scrivi che in caso di grave infermità vuoi morire ma al momento cruciale cambi idea perché t’accorgi che la vita è bella anche quando è brutta, e preferisci vivere col tubo infilato in gola o nell’ombelico, ma non sei più in grado di dirlo?».

A che serve che la Costituzione abbia abolito la pena di morte (art. 27, 4) considerandola una barbarie se poi si accetta l’eutanasia? E quest’ultima è, se vogliamo, ancora più incivile, giacché la “pena di morte” arriva dopo la condanna per un gravissimo reato, l’eutanasia è comminata ad un essere totalmente innocente!

Infine vi riporto un’altra opinione decisamente autorevole: quella di Lucien Israël, grande luminare francese di origini ebree, ma non credente, autore di un libro intitolato proprio «Contro l’eutanasia». È stato direttore del reparto di Oncologia dell’ospedale Avicenne di Bobigny, ha anche guidato la clinica universitaria di oncologia all’università di Paris-Nord. Nel 2007 è stato eletto membro della prestigiosa Académie des sciences morales et politiques. Non stiamo parlando quindi di un medico di campagna.

L’autore è un medico (pertanto competente in materia), laico e non credente (quindi libero da eventuali condizionamenti etici dettati dal suo credo). Israël spiega che l’eutanasia non è affatto un gesto d’umanità e tanto meno è un atto di compassione, ma un progetto che contraddice la stessa professione medica dettata dal giuramento di Ippocrate sul quale ogni medico giura!

Per il prof. Israël un medico ha il dovere di non arrendersi mai davanti alla morte visto che il suo compito è cercare di allontanarla e oltre alla somministrazione della terapia deve «infondere al suo paziente speranza, fiducia, voglia e forza di lottare, come ogni buon medico deve fare! (sic)» fino all’ultimo istante quando la sua vita volgerà al termine.
Cita nel libro vari casi di malati arrivati in ospedale in uno stato di semi-coma e la maggior parte di loro, quando uscivano fuori da quello stato, spesso pieni di voglia di vivere gli dicevano: «Ora vorrei andare qualche giorno in vacanza in Costa Azzurra per riprendermi».

«Se fossi stato autorizzato in forza di un “biotestamento scritto“, ad abbreviare attivamente la loro vita avrei commesso un vero e proprio crimine, sebbene incoraggiato dalla famiglia e supportato dalla legge!»
Ma il punto su cui Lucien Israël insiste è quello di natura prettamente deontologica: «Ho studiato per alleviare le sofferenze e curare “usque ad finem”».
Riporta infine un episodio quando era ancora primario ospedaliero e arrivò un malato terminale che, quando seppe di avere un cancro allo stomaco, gli disse: «Dottore, la prego, mi faccia morire!».
«Mi dispiace ma io ho studiato e sono qui per curarla» rispose il medico. Il paziente replicò: «Lei è un vigliacco!».

Un giorno il primario si presentò dal paziente e gli consegnò una boccetta contenente un liquido e disse molto freddamente: «Se proprio vuole farla finita, prenda questa… Deve decidere lei, però. Ma io non voglio responsabilità per la sua morte!».
«È soltanto dell’acqua, vero?» rispose il malato.
«Forse… ma per scoprirlo dovrà usarla».
Dopo qualche settimana quell’uomo morì e nel suo comodino il primario ritrovò la boccetta.
Intatta!
Il paziente capì che doveva affrontare la malattia.

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