Quando per trent’anni il sistema scolastico viene progressivamente squalificato, umiliato, impoverito di risorse e di senso, poi non ci si può fingere stupiti davanti a episodi gravi come quello accaduto a La Spezia. La sorpresa, semmai, dovrebbe essere che fatti del genere non siano ancora più frequenti.
Da decenni la scuola pubblica è trattata come un costo da comprimere, non come un investimento strategico. Si è ridotto il suo ruolo sociale, si è indebolita l’autorevolezza degli insegnanti, si è precarizzato il lavoro di migliaia di persone che ogni giorno tengono in piedi un’istituzione fondamentale per la democrazia. E oggi, di fronte a una crisi evidente, la risposta che emerge nel dibattito pubblico è l’ennesima scorciatoia securitaria: metal detector, perquisizioni, controllo poliziesco degli studenti.
È una risposta sbagliata. E pericolosa.
Trasformare la scuola in un luogo di sorveglianza permanente significa certificare una sconfitta culturale. Significa rinunciare all’idea stessa di educazione come processo di crescita, responsabilizzazione, costruzione di cittadinanza. La scuola non è — e non deve diventare — una caserma o un aeroporto. È uno spazio educativo, relazionale, comunitario. Se la trattiamo come un ambiente ostile, otterremo solo ulteriore alienazione, conflitto, sfiducia.
Il problema non nasce oggi. Nasce quando l’istruzione viene ridotta a mera trasmissione di competenze minime, quando la cultura è considerata un lusso inutile, quando il personale scolastico è lasciato solo a gestire disagio sociale, povertà educativa, fragilità psicologiche senza strumenti adeguati. Nasce quando si chiede alla scuola di supplire a tutto — famiglia, servizi sociali, welfare — ma senza riconoscerle autorevolezza, tempo, risorse e rispetto.
Chiedere più controlli senza chiedere più educazione è un errore di prospettiva. Prima dei metal detector servono biblioteche, laboratori, sportelli di ascolto, tempo scuola, educazione civica vera, presenza stabile di figure educative e psicologiche. Serve ridare centralità al ruolo degli insegnanti e di tutto il personale scolastico, oggi spesso delegittimato e colpevolizzato.
La sicurezza non si costruisce con i tornelli, ma con relazioni educative solide, con una scuola che torni a essere presidio culturale e sociale nei territori. Ogni euro speso in prevenzione educativa vale più di mille spesi in repressione tardiva.
Continuare su questa strada significa ammazzare lentamente la scuola pubblica, snaturandone la funzione e tradendo la sua missione costituzionale. Se davvero vogliamo evitare che certi fatti si ripetano, dobbiamo smettere di chiederci come controllare meglio gli studenti e iniziare a chiederci come educare meglio una società intera.
La scuola non ha bisogno di più paura. Ha bisogno di più cultura, più dignità e più futuro.
