La legge del più forte governa il mondo: oltre le tifoserie, orgogliosamente terzi

Le prime ore di sabato hanno scandito una sequenza di eventi rapidi e densi di tensione, sotto lo sguardo della comunità internazionale puntato sul Venezuela. Superata la fase dell’urgenza mediatica, ora, a mente fredda, è necessario uscire dalla logica dell’immediatezza e dell’emotività per elaborare una riflessione più ampia su quanto accaduto, sulle responsabilità in campo e, soprattutto, sulle conseguenze sistemiche che questo evento produce sul piano geopolitico e del diritto internazionale. Per farlo, è indispensabile separare piani, attori e narrazioni che troppo spesso vengono confusi o sovrapposti in modo strumentale.

Il punto di partenza non può che essere una netta condanna di una palese invasione territoriale e di una violazione del diritto internazionale. L’intervento statunitense in Venezuela rappresenta una chiara lesione della sovranità nazionale e un atto contrario alla Carta delle Nazioni Unite, ammesso che essa conservi ancora una reale valenza normativa. Un’azione non concordata né autorizzata che colloca gli Stati Uniti, al netto delle differenze di contesto, sullo stesso piano di altre potenze accusate di aggressione o invasione di Stati sovrani.

Ancora una volta, come accaduto decine di volte nel corso del Novecento e oltre, Washington si è arrogata il diritto di erigersi a giudice e giustiziere del mondo. Anche in questo caso, la retorica salvifica dell’esportazione della democrazia ha mascherato interessi ben più concreti. La questione petrolifera è una variabile rilevante, ma non sufficiente da sola a spiegare l’intervento.

Il Venezuela possiede le maggiori riserve di petrolio al mondo, stimate in oltre 300 miliardi di barili, ma gli Stati Uniti oggi non hanno un bisogno diretto di tali risorse, essendo ormai autosufficienti ed esportatori netti di energia.

Il nodo centrale è geopolitico. Controllare il petrolio venezuelano significa sottrarlo agli alleati strategici di Caracas (Cuba, Russia e Cina) e riaffermare un principio cardine della politica estera statunitense: l’America Latina resta il “giardino di casa” di Washington. L’intervento ha dunque avuto anche una funzione eminentemente dimostrativa: segnalare al mondo che gli Stati Uniti rimangono la principale potenza globale, capace di rovesciare un governo ostile in tempi rapidi e senza la necessità di fornire particolari giustificazioni.

Un messaggio rivolto non solo ai governi latinoamericani, ma anche alle potenze revisioniste. A differenza della Russia, impantanata nel conflitto ucraino, gli Stati Uniti hanno dimostrato di saper esercitare un controllo efficace sulla propria area di influenza, respingendo i tentativi di penetrazione geopolitica di Mosca e Pechino.

Vi è poi una dimensione interna, tutt’altro che secondaria. Per Donald Trump l’operazione rappresentava un’occasione elettoralmente troppo vantaggiosa per essere ignorata, soprattutto in vista delle elezioni di midterm. La caduta di Maduro consente di intercettare il consenso di ampi settori dell’elettorato ispanico e di rafforzare la retorica sull’immigrazione clandestina e sul narcotraffico. Quest’ultimo, spesso indicato come giustificazione dell’intervento, è certamente un problema grave, ma strutturale e diffuso in gran parte dell’America Latina. Se fosse stato il vero movente, perché non intervenire in Colombia o in altri paesi storicamente coinvolti in dinamiche analoghe? Il pretesto, così, mostra tutta la sua fragilità.

Si tratta di un precedente grave, che indebolisce ulteriormente il diritto internazionale e rende sempre meno credibili, pur se spesso fondate, le accuse rivolte ad altre potenze, a partire dalla Russia di Putin. La forza, ancora una volta, si impone sul diritto.

Respinta la tifoseria di chi esulta in nome dei “giustizieri del mondo”, è tuttavia necessario evitare anche l’errore speculare: quello di chi oggi piange la caduta di Maduro come se si trattasse di una tragedia storica.

La distinzione preliminare è netta: Chávez non è Maduro. Paragonare Nicolás Maduro a Hugo Chávez è un errore concettuale. Chávez salì al potere nel 1998 attraverso libere elezioni e vi rimase fino al 2012, sostenuto da un consenso popolare reale e rinnovato. Il suo progetto politico, per quanto controverso, poggiava su una visione ideologica definita: un socialismo nazionale latinoamericano, orientato all’integrazione regionale, alla sovranità statale e alla costruzione di un fronte comune contro l’imperialismo statunitense.

Maduro, suo successore ma non suo erede politico, ha progressivamente svuotato quell’esperienza di ogni contenuto. Il suo governo non si fonda su un’ideologia coerente, ma su un pragmatismo cinico e spregiudicato, finalizzato esclusivamente alla conservazione del potere.

L’uso strumentale dell’eredità chavista ricorda dinamiche già viste altrove, come in alcune declinazioni del peronismo argentino, dove figure storiche vengono ridotte a meri simboli elettorali, privati di ogni sostanza dottrinaria.

Il risultato è stato un regime autoritario privo di visione, basato sulla distribuzione selettiva delle risorse a favore di un’élite ristretta, sull’occupazione dei gangli dello Stato da parte dei fedelissimi e su una repressione sistematica dell’opposizione. Il tentativo, fino all’ultimo, di negoziare con gli Stati Uniti, anche a costo di sacrificare sovranità e anti-imperialismo, rivela la cifra del madurismo: mantenere il potere a qualsiasi prezzo, anche reprimendo brutalmente il dissenso, anche svendendo il paese.

Privato delle risorse garantite dal ciclo favorevole del petrolio, Maduro ha progressivamente legato la sopravvivenza del regime al narcotraffico, trasformando lo Stato in una struttura criminale di dimensione nazionale. Non stupisce, dunque, che una parte della popolazione possa aver accolto con sollievo la sua caduta, al netto della propaganda statunitense.

Resta però la questione centrale: quale futuro per il Venezuela? Il regime change imposto dagli Stati Uniti ha prodotto, almeno per ora, un esito ambiguo, con l’insediamento della vicepresidente di Maduro. Una scelta che solleva più interrogativi che certezze e che lascia intendere la volontà di preservare equilibri opachi più che di avviare una reale transizione democratica.

La storia dimostra che l’esportazione della democrazia non funziona. Le stesse dichiarazioni di Trump, che ha respinto le richieste di Maria Corina Machado di assumere il potere, confermano che la subordinazione a Washington non garantisce legittimazione politica. Il Venezuela, già da anni svuotato di sovranità sostanziale dalle ingerenze russe e cinesi, ha ora perso anche quella formale. È semplicemente passato da un’orbita all’altra.

La realtà è brutale: la legge del più forte continua a governare il mondo. Il terrorismo degli invasori e quello dei regimi sanguinari sono due facce della stessa medaglia, all’interno di un grande risiko globale in cui vince chi dispone di più carri armati. Il Venezuela è l’ennesima prova che non è il diritto a regolare i rapporti internazionali, ma la forza.

In questo scenario, emerge con chiarezza il grande assente: l’Europa. Le reazioni dei leader europei mostrano tutta la loro subalternità verso il vero detentore del potere, gli Stati Uniti. In un mondo multipolare dominato da potenze continentali, i singoli Stati nazionali europei sono destinati a diventare vassalli. Solo un’Europa potenza, autonoma politicamente, militarmente e culturalmente, può aspirare a una reale sovranità. Né Washington né Mosca, né Pechino: oggi come ieri, sempre.

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