Non seguo il calcio con assiduità, anzi non lo seguo per niente. Preferisco, semmai, riscoprire lo sport ogni quattro anni, quando discipline spesso dimenticate salgono alla ribalta e regalano medaglie, emozioni autentiche, storie di sacrificio. Eppure, in questi giorni, è difficile ignorare il fragore mediatico che accompagna l’ennesima disfatta del calcio italiano: prime pagine, dibattiti televisivi, indignazione diffusa. E soprattutto, la rabbia dei tifosi.
Una rabbia comprensibile, se si considera quanto costa oggi essere appassionati. Abbonamenti, biglietti, trasferte, merchandising: seguire la propria squadra può arrivare a pesare per migliaia di euro l’anno. E a fronte di questo investimento, lo spettacolo offerto spesso delude. Prestazioni opache, risultati inconsistenti, una distanza sempre più evidente tra chi scende in campo e chi, sugli spalti o davanti allo schermo, continua a credere.
I calciatori milionari non sono un’anomalia nata dal nulla. Sono, in larga parte, il prodotto di questo sistema: un circuito alimentato dal tifo, dal consumo, dalla disponibilità – talvolta irrazionale – a pagare sempre di più. Il calcio moderno è anche questo: un mercato. E come ogni mercato, risponde a regole precise.
La più semplice è anche la più dimenticata: se un prodotto non soddisfa, si smette di acquistarlo. E allora, perché non applicare questo principio anche al calcio? Perché continuare a riempire stadi e abbonarsi a piattaforme quando lo spettacolo non è all’altezza delle aspettative? Disertare, anche solo temporaneamente, i grandi circuiti potrebbe essere un segnale forte. Non una protesta sterile, ma una scelta consapevole.
Allo stesso tempo, esiste un’alternativa spesso ignorata: il calcio delle serie minori. Campionati di Serie C, D, categorie dilettantistiche. Campi meno perfetti, riflettori più deboli, ma una passione che resiste. Qui giocano ragazzi che, almeno per ora, rincorrono un sogno più che un contratto. Qui il calcio è ancora, in parte, quello di una volta: fatto di sacrificio, comunità, appartenenza.
Seguire queste realtà significa anche restituire valore a uno sport che rischia di smarrire la propria identità. Significa premiare l’impegno, la genuinità, il legame con il territorio. E, forse, ricordare a tutto il sistema che il calcio vive – o dovrebbe vivere – grazie a chi lo ama, non a chi lo sfrutta.
In fondo, la domanda è semplice: continuare a pagare per uno spettacolo che non convince, o scegliere di sostenere ciò che ancora emoziona?
La risposta, come sempre, è nelle nostre scelte.
Antonello Sassu
Consigliere comunale di Sassari

