Qualche giorno fa ho partecipato a un incontro della V Commissione dedicato ai progetti che verranno attivati nel centro Poliss, concesso in comodato al Comune di Sassari. Un momento che avrebbe dovuto rappresentare un’occasione di visione, di slancio verso il futuro, di riflessione seria sul disagio giovanile. E invece, in parte, si è trasformato in uno specchio di un problema più profondo: la distanza tra il mondo che cambia e chi dovrebbe preparare i giovani ad affrontarlo.
Le associazioni coinvolte, animate senza dubbio da buone intenzioni, hanno proposto attività rivolte ai ragazzi di quattordici anni o poco più, finalizzate all’apprendimento di mestieri manuali: il manovale, l’idraulico, lavori pratici che appartengono a una tradizione consolidata. Ma la domanda è inevitabile: è davvero questa la risposta al disagio giovanile nel 2026?
Non si tratta di sminuire la dignità di questi mestieri, che restano fondamentali e rispettabili. Il punto è un altro: proporli come orizzonte principale a giovanissimi significa, implicitamente, indirizzarli verso una visione limitata del loro futuro. È qui che emerge una certa impostazione ancora profondamente classista: l’idea che alcuni ragazzi debbano essere avviati presto a lavori manuali, mentre il mondo corre verso ben altre direzioni.
Viviamo in un’epoca in cui le nuove tecnologie stanno ridefinendo ogni ambito della società: intelligenza artificiale, programmazione, robotica, comunicazione digitale, nuove professioni creative e ibride. I giovani lo sanno, lo percepiscono, lo cercano. Guardano al futuro con curiosità e ambizione. Ma troppo spesso trovano davanti a sé adulti e formatori che sembrano fermi a un’altra epoca.
Il paradosso è evidente: mentre i ragazzi sono già proiettati nel domani, chi dovrebbe accompagnarli continua a proporre modelli formativi che avevano senso nel Novecento. Non si tratta di abbandonare il passato, ma di non restarne prigionieri.
Se davvero vogliamo combattere il disagio giovanile, dobbiamo offrire strumenti che aprano possibilità, non che le restringano. Laboratori digitali, corsi di coding, educazione all’imprenditorialità, percorsi nelle arti visive e nella comunicazione: sono queste le strade che possono accendere interesse, motivazione e senso di prospettiva.
Il rischio, altrimenti, è quello di alimentare proprio quel disagio che si vorrebbe combattere. Perché un giovane che non si riconosce nelle opportunità offerte, che percepisce una distanza tra sé e il mondo che gli viene proposto, finisce per sentirsi escluso, non valorizzato.
Il centro Poliss potrebbe essere un laboratorio di futuro. Ma perché lo diventi davvero, serve un cambio di paradigma: meno nostalgia e più visione. Meno adattamento al passato e più investimento nel domani.
I giovani non chiedono scorciatoie. Chiedono opportunità vere, all’altezza del tempo in cui vivono. Sta agli adulti decidere se accompagnarli o trattenerli.
Antonello Sassu
Consigliere comunale di Sassari

