Il maresciallo Tito e Palmiro Togliatti
Oggi, nel Consiglio comunale di Sassari, si è celebrato il Giorno del Ricordo, solennità civile istituita nel 2004 per commemorare la tragedia delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata. Una tragedia italiana, europea, umana. Una ferita che ha attraversato il Novecento e che ha trovato approdo anche in Sardegna, nella nostra terra: basti pensare a Fertilia, simbolo concreto e vivo dell’arrivo di famiglie istriane e dalmate costrette ad abbandonare tutto.
Gli interventi ascoltati oggi sono stati commoventi: testimonianze dirette, ricordi di case perdute, famiglie spezzate, identità cancellate. Ma mentre la memoria si faceva parola e la parola si faceva dolore, nell’aula aleggiavano tre presenze silenziose, tre convitati di pietra che la retorica istituzionale tende spesso a sfiorare senza nominare: il comunismo, Tito e Togliatti.
Perché la tragedia delle foibe e dell’esodo non fu un evento “naturale”, né un semplice prodotto del caos postbellico. Fu anche, e in parte decisiva,un fatto politico e ideologico. La tragedia istriana e dalmata: non solo guerra, ma progetto.
Le foibe e le violenze che investirono l’Istria, Fiume e la Dalmazia non possono essere ridotte alla vendetta contro il fascismo, come per decenni si è tentato di fare. Certo: la guerra aveva lasciato sangue, rancori e brutalità. Ma ciò che accadde fu anche un’operazione sistematica di epurazione, intimidazione e rimozione della presenza italiana.
L’obiettivo era chiaro: consolidare l’espansione jugoslava e costruire un nuovo ordine politico e nazionale nei territori contesi. Tito non agì solo come capo militare: agì come leader di un progetto statale, rivoluzionario e geopolitico. L’Italia, sconfitta e fragile, divenne terreno di sacrificio.
È impossibile parlare di foibe senza nominare Josip Broz Tito, figura che in molte narrazioni italiane è rimasta per troppo tempo avvolta da una strana zona grigia. Eppure fu Tito il capo del regime jugoslavo comunista, fu Tito a guidare l’espansione territoriale verso occidente, fu Tito a creare le condizioni perché la violenza diventasse strumento politico.
La rimozione del suo nome non è casuale. È il segno di una memoria selettiva, di un imbarazzo storico che ancora oggi resiste. Perché Tito, in Italia, non è stato soltanto un nemico esterno: è stato anche, per una parte della sinistra, un riferimento, un alleato, talvolta perfino un mito.
Ma se Tito fu il braccio, la tragedia ebbe anche un silenzio complice: quello del Partito Comunista Italiano.
La posizione del PCI su foibe ed esodo è uno dei capitoli più controversi e meno affrontati del dopoguerra. Non si trattò solo di prudenza diplomatica. Fu spesso una scelta politica precisa: evitare di incrinare il rapporto con la Jugoslavia socialista e, soprattutto, non dare spazio a una narrazione che avrebbe indebolito l’identità antifascista su cui il PCI fondava la propria legittimità.
Per anni, la tragedia degli esuli venne minimizzata, ignorata o interpretata attraverso una lente ideologica: gli italiani dell’Istria vennero descritti, con leggerezza e ingiustizia, come “fascisti”, “reazionari”, “collaborazionisti”, quasi a giustificare la loro sorte.
Non fu solo propaganda: fu una strategia culturale. Perché riconoscere pienamente l’orrore delle foibe avrebbe significato ammettere una verità scomoda: che anche un regime comunista, in nome della liberazione, poteva praticare la violenza etnica e politica.
In questa vicenda, la figura di Palmiro Togliatti pesa come un macigno. Il leader comunista, uomo di straordinaria intelligenza politica, fu anche il simbolo della fedeltà alla linea sovietica e dell’idea che la ragion di partito dovesse prevalere sulla ragion morale. Togliatti non fu il responsabile diretto delle foibe, ma fu parte di quel clima politico in cui il PCI guardava con indulgenza, se non con simpatia, alla Jugoslavia titina, almeno fino alla rottura Tito-Stalin del 1948. E quando le notizie sulle violenze circolavano, la reazione prevalente non fu la condanna netta, ma il silenzio, la minimizzazione, l’equilibrismo.
Per anni la tragedia giuliano-dalmata fu sacrificata sull’altare di una narrazione più utile: quella della Resistenza, dell’antifascismo e della costruzione della nuova Italia democratica. Ma la democrazia non può nascere dalla rimozione della verità.
Gli esuli istriani e dalmati non trovarono soltanto la perdita della casa. Trovarono spesso anche diffidenza, freddezza, disprezzo. Furono trattati come “stranieri” in patria. E non è difficile riconoscere, dietro questa emarginazione, un riflesso politico: l’Italia del dopoguerra era attraversata da una guerra civile latente, e la vicenda dell’esodo diventava un terreno ideologico minato.
Per decenni, parlare di foibe era considerato sospetto, quasi una provocazione “di destra”. Come se la verità storica avesse colore politico.
Il Giorno del Ricordo, istituito solo nel 2004, è arrivato tardi. Troppo tardi. E proprio questo ritardo racconta quanto sia stata difficile l’ammissione collettiva di quella tragedia. Perché per molti anni non si è voluto ricordare: non per ignoranza, ma per calcolo politico.
Oggi, fortunatamente, molte voci della sinistra democratica hanno riconosciuto l’orrore delle foibe e la sofferenza degli esuli. Ma resta un nodo: il coraggio di fare i conti con la storia senza reticenze. Non basta commemorare. Serve anche dire chiaramente che una parte importante della cultura politica italiana, quella comunista, ha avuto responsabilità morali e propagandistiche nel negare, sminuire o giustificare.
E serve anche dire che l’antifascismo, per essere autentico, non può diventare alibi per qualsiasi violenza compiuta dall’altra parte. Se la condanna del fascismo è doverosa, la condanna del totalitarismo comunista lo è altrettanto.
A Sassari, come in tutta la Sardegna, la memoria dell’esodo non è astratta. È concreta. È scritta nei cognomi, nei racconti familiari, nei luoghi. Fertilia è un simbolo: non soltanto di accoglienza, ma anche di sopravvivenza culturale. Quegli italiani arrivarono qui non come colonizzatori, ma come profughi. Portavano con sé dialetti, tradizioni, mestieri, e soprattutto una nostalgia che nessuna ricostruzione materiale avrebbe potuto cancellare.
Ricordare significa anche questo: riconoscere che l’Italia non ha sempre saputo proteggere i suoi cittadini.
Ecco perché oggi, ascoltando testimonianze così forti, non si può fare finta che la tragedia sia stata solo “un capitolo doloroso della guerra”. No. Fu anche una tragedia figlia di un progetto ideologico e politico. Il comunismo jugoslavo, Tito e il silenzio del comunismo italiano sono parte della storia. Non nominarli significa rendere la memoria incompleta. E una memoria incompleta non è memoria: è commemorazione sterile.
Il Giorno del Ricordo deve essere un momento di pietà, sì. Ma anche di verità. Perché senza verità non c’è riconciliazione, e senza riconciliazione non c’è giustizia.
E forse oggi, a Sassari, quei tre convitati di pietra erano lì proprio per questo: per ricordarci che la storia non si può selezionare. Si deve affrontare intera. Anche quando fa male. Anche quando mette in discussione i miti di una parte politica.
Antonello Sassu
Consigliere comunale di Sassari

