In città, in molti si dichiarano di sinistra. È un dato culturale, persino storico. L’identità progressista, o pseudo progressista, se non addirittura conservatrice, antifascista, popolare è parte del tessuto civile sassarese, alimentata dal ruolo dell’università, dalle lotte studentesche, poche per la verità, dalla memoria operaia e contadina dello scorso secolo. Eppure, a guardare bene la realtà urbana, è lecito chiedersi: che cosa resta oggi, a Sassari, della prassi di sinistra? Dove sono le scelte radicali, i conflitti assunti, la coerenza tra i valori dichiarati e le politiche praticate?
La sensazione, sempre più diffusa anche tra gli elettori ormai disillusi , è che dirsi di sinistra sia diventato più semplice – e meno impegnativo – che essere di sinistra. La differenza non è semantica: è politica.
Nel dibattito pubblico locale, almeno di quel poco che rimane del dibattito, che sino a qualche anno fa faceva perno sull’intellighenzia locale, la sinistra attuale, tende a rifugiarsi in ambiti simbolici e identitari. La presenza alle manifestazioni del 25 aprile o l’adesione formale alle giornate per i diritti di qualunque genere, o per le discriminazioni è costante. Meno costante, però, è l’azione concreta sui fronti caldi della giustizia sociale: diritto alla casa, lotta alla povertà, redistribuzione delle risorse, spazi pubblici, partecipazione popolare. Tutte questioni ridotte a slogan. E tra gli slogan ad effetto non passa mai di moda il centro storico che al di là delle buone o cattive intenzioni delle amministrazioni è ormai nelle mani di bande di extracomunitari che seppure con qualche maggiore difficoltà continuano la loro azione di spaccio.
Una sinistra coerente dovrebbe mettere al centro il lavoro e la dignità delle persone. Eppure, su questo piano, la città è muta. I dati parlano chiaro: Sassari perde residenti, giovani e reddito. L’occupazione stabile diminuisce, la precarietà dilaga nel terzo settore, nella ristorazione, nei servizi. Intanto, la retorica dello “sviluppo” è spesso declinata in chiave edilizia o commerciale. Tutto si risolve con aree mercatali autorizzate a macchia di leopardo senza una programmazione precisa.
Le politiche sociali? Spesso ridotte a gestione dell’emergenza: bandi per l’assistenza con fondi solo ed esclusivamente nazionali o regionali, graduatorie per l’accesso ai contributi. Manca una visione organica. La Casa della Fraterna Solidarietà, ad esempio, da anni colma le lacune del pubblico con risorse limitate e volontariato, mentre le istituzioni mantengono un profilo basso. Un’amministrazione di sinistra dovrebbe forse interrogarsi di più su questa delega tacita al privato sociale. Alimentata da piccoli contributi e tanta presenza delle autorità politiche.
Altro nodo critico è il tema della marginalità. A Sassari vivono decine di persone senza casa, spesso in condizioni sanitarie e sociali gravi. Eppure, le politiche sul decoro urbano – anche in epoca di giunte progressiste – tendono a invisibilizzarle, più che a tutelarle. E in questo caso non c’è distinzione tra sassaresi ed extracomunitari. Pochissime voci si levarono contro, anche tra chi si professa ‘vicino agli ultimi’.
La stessa distanza si nota rispetto ai quartieri popolari. Luoghi come Latte Dolce, Santa Maria di Pisa, Monte Rosello continuano a essere poco rappresentati. Scarsa igiene pubblica e zero sicurezza sociale.
Ma il punto forse più critico è che una parte della sinistra sassarese, che forse si è rassegnata, ha smesso di agire come forza trasformativa. Amministra, gestisce, comunica, ma non cambia. Per timore di perdere consenso o per calcolo politico, evita lo scontro. Non sfida i poteri locali nemmeno quelli più palesi, anzi cerca alleanza, e accetta i limiti del sistema come dati immutabili.
Si parla di attrattività, turismo, innovazione, ma senza mai toccare il cuore della questione: a chi servono davvero queste politiche? E chi resta indietro?
Sassari non ha bisogno di una politica che ripete formule vuote. Ha bisogno di una classe dirigente che torni a costruire: casa, scuola, lavoro, dignità. Che sappia dire dei no netti. Che assuma il conflitto come strumento democratico. Che agisca a partire dai bisogni reali e non dalle convenienze del momento.
Perché dirsi di sinistra o di quelle parti è facile. Essere di sinistra, a Sassari come altrove, significa scegliere ogni giorno da che parte stare. E pagarne il prezzo. Cosa che pare non stia facendo.

