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Antonello Sassu: “Perché io, antifascista, non parteciperò più alle manifestazioni della Festa della Liberazione”

Antonello Sassu 27 Aprile 2026 0 commenti
Antonello sassu

Essere antifascisti, oggi, dovrebbe significare custodire una memoria viva, complessa, capace di interrogare il presente senza trasformarsi in rito vuoto. Eppure, proprio per questa ragione, ho deciso che non parteciperò più alle manifestazioni del 25 aprile.
Non è una rinuncia ai valori. È, semmai, un modo per difenderli.

Negli anni ho visto quella giornata trasformarsi progressivamente: da momento di riflessione condivisa a spazio di rappresentazione ideologica, spesso prevedibile, talvolta sterile. Le piazze, che dovrebbero essere luoghi di pluralità e confronto, si sono irrigidite in liturgie dove il dissenso interno non è più ammesso. Chi prova a porre domande, a problematizzare, a distinguere tra memoria storica e uso politico della memoria, viene guardato con sospetto, quando non apertamente escluso.

A questo si aggiunge un elemento che considero grave: l’esclusione concreta e simbolica di soggetti che dovrebbero avere pieno diritto di esserci. In alcune manifestazioni si sono viste contestazioni o vere e proprie cacciate di bandiere ucraine; si sono messi ai margini partiti democraticamente eletti e presenti in Parlamento; si è arrivati a contestare la presenza della Brigata Ebraica, che pure partecipò alla lotta contro il nazifascismo.
Questi episodi non sono dettagli: sono segnali di una chiusura che contraddice lo spirito stesso della Liberazione.

E ancora più preoccupante è il tentativo, più o meno esplicito, di ridurre la storia a una narrazione parziale, come se la lotta al fascismo fosse stata patrimonio esclusivo di una sola parte politica. La Resistenza italiana fu, invece, un fenomeno plurale: vi presero parte comunisti, socialisti, cattolici, liberali, monarchici, militari e cittadini senza appartenenza politica. Negare questa complessità significa impoverire la verità storica e trasformare la memoria in strumento identitario.

Eppure l’antifascismo, quello autentico, non è mai stato un blocco monolitico. È nato da differenze profonde: politiche, culturali, perfino morali. Ridurlo oggi a una narrazione univoca significa tradirne la natura.
C’è poi un altro aspetto che mi inquieta. Il 25 aprile sembra sempre più rivolto al passato e sempre meno al presente. Si commemorano giustamente i caduti, si ricordano le atrocità del regime, ma si fatica a collegare quei fatti alle contraddizioni di oggi. L’antifascismo diventa così una sorta di identità dichiarata, più che una pratica concreta. Si manifesta, ma non si agisce.

Nel frattempo, parole come “libertà”, “democrazia”, “giustizia sociale” rischiano di svuotarsi, usate come slogan più che come obiettivi da perseguire. E allora mi chiedo: ha senso partecipare a una celebrazione che non riesce più a interrogare il presente?
La mia scelta non è disimpegno. Al contrario, è un tentativo di restituire significato a quei valori al di fuori delle ritualità. Credo che l’antifascismo debba tornare nei luoghi quotidiani: nel lavoro, nella scuola, nel dibattito pubblico, nelle scelte civili. Deve essere capacità critica, non appartenenza automatica.

Non parteciperò più alle manifestazioni del 25 aprile perché non voglio confondere la memoria con l’abitudine. Perché penso che ricordare significhi anche mettere in discussione. E perché, paradossalmente, è proprio da antifascista che sento il bisogno di prendere le distanze da un antifascismo che non riconosco più.
Il 25 aprile resta una data fondamentale. Ma forse, oggi, ha bisogno meno di presenza rituale e più di verità.

Antonello Sassu
Consigliere comunale di Sassari

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